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YogAnima

Esperienze yoga: intervista per il sito Vegolosi

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Non mi aspettavo di certo, a così poco tempo dall’inizio dell’avventura YogAnima, di essere addirittura intervistata dal network vegano più importnante d’Italia: Vegolosi! Ed invece è successo! L’articolo parla del legame fra yoga e alimentazione, un tema di primaria importanza nel mondo yogico. Mangiare o non mangiare carne? Quali scelte alimentari portare avanti e perché? Io e Chiara diamo le nostre yogiche risposte a queste domande! QUI il link alla pagina! Un enorme grazie a Vegolosi per aver scelto proprio noi come portavoci!

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Yoga: una pratica solitaria

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Quando si fa yoga, anche se ci si trova in un centro e in mezzo ad una classe numerosa, la pratica rimane individuale. Sei tu, il tuo tappetino e il tuo corpo. E’ normale ed ovvio che sia così quando fai asana. Eppure se vogliamo vedere lo yoga come una “multidisciplina”, quindi qualcosa di più completo del solo muoversi e fare le posture, quindi ci mettiamo a fare meditazione o a studiare i testi antichi, a penetrare nel profondo della sua filosofia, ci ritroviamo comunque, nella maggior parte dei casi, a farlo da soli. Questo perchè il panorama moderno della pratica non offre occasioni realmente aggregative. Perchè? Trovo molto limitante fare un’ora e mezza di asana e poi andare a casa e non dire nemmeno ciao a nessuno, perchè tanto nemmeno ci si prende la briga di conoscersi in una classe di yoga. Perchè i centri non offrono occasioni di socializzazione tesi anche allo studio e all’approfondimento? Alla pratica di gruppo con scambio di opinioni o sensazioni? E non sto parlando di partecipare a delle master class. Sto parlando dell’idea di creare qualcosa che ci faccia sentire parte di un sangha.

Il bello di questa disciplina è che varia nella sua forma a seconda del momento storico e cosa abbiamo più bisogno oggi se non di supportarci l’un l’altro nell’impegno in una attività di crescita personale? Fare sempre tutto da soli, ogni giorno, spesso risulta molto stancante a livello psicologico. Almeno, per me spesso è così. Quando invece la forza del gruppo ti alza l’energia tutto magicamente diventa più facile e più piacevole.

Come posso io, insegnante di yoga, trasferire dei messaggi o degli spunti di miglioramento se il mercato attuale chiede solo di muovere i muscoli e tornarsene a casa propria?

A volte trovo questo sistema di apprendimento della pratica limitante e poco costruttivo. Ricordo di aver letto da qualche parte che “l’interazione con le persone è il veicolo di crescita che l’universo ci dona attraverso cui accadono i miracoli” (credo sia stata Gabrielle Bernstein nel suo ultimo libro The universe got your back).

Invece facciamo asana a casa da soli, da soli sul tappetino, studiamo da soli (se va bene) e meditiamo da soli. E se volessimo più occasioni e più possibilità di esplorare il nostro mondo interiore in gruppo? Confrontarci? PARLARE?

Dovremmo farlo attraverso altri canali e altre pratiche? Probabilmente sì.

Mi auguro che questo cambi e che lo yoga si apra ad una pratica davvero di gruppo, non perchè riempiamo una stanza ma perchè condividiamo e ci supportiamo in questa crescita.

Il percorso di crescita parte dall’umiltà

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Uno dei primi problemi con cui ci si scontra quando si fa un cammino di crescita di qualsiasi tipo è, tanto per cambiare, quella parte di ego che ci fa sentire sempre “i migliori di tutti”. Di norma pensiamo di non aver bisogno degli altri o di una guida, perfino la società tende ad inculcarci concetti assurdi su quanto il sacrificio sia fondamentale per perseguire un obiettivo. E cosa c’è di meglio in questo se non evitare di chiedere aiuto a chi sa più di noi? O insistere nel pensare che qualcosa abbia valore solo se la conquistiamo da soli e con estrema difficoltà. Spesso si ha la presunzione di pensare che aver bisogno degli altri sia una debolezza. Addirittura ci si fa un vanto del riuscire a farcela con le sole proprie forze.

Nello yoga per prima cosa ci affidiamo ad un maestro. Ci mettiamo con umiltà, o almeno dovremmo, nelle sue mani e ci facciamo accompagnare nella pratica. Nelle asana viene facile a tutti farsi aiutare, perchè finchè non abbiamo alcuna idea di cosa stiamo effettivamente facendo, abbiamo bisogno di imparare come fare.

Ma lo yoga, che non si deve limitare alla mera pratica fisica, comprende anche l’importantissimo svadyaya, lo studio di sè. E qui, cosa fare e come? Ecco, se non sradichiamo come prima cosa la presa dell’ego e del suo “io sono il migliore e non ho bisogno di nessuno” non andremo molto lontano. Oppure quante volte sentiamo dire “io so chi sono” oppure “io sono così e non posso cambiare”? Anche qui l’umiltà deve entrare in campo e giocare a nostro favore. Dire “ok finora ho sbagliato, ho percorso un cammino fallimentare, adesso prendo coraggio e mi faccio aiutare per cambiare” è il primo passo.

Io ci sono passata da tutte queste fasi, anche io pensavo all’umiltà come ad una debolezza, adesso invece la considero una forza. Perchè mi stimola ad accettare con serenità le mie mancanze e a chiedere aiuto oppure, quando so che il problema è che manca ancora un pizzico di impegno, ad applicarmi da sola ancora di più per migliorare. Un vero maestro credo non si consideri mai tale. Io per esempio nonostante tutto non mi identifico nella definizione di “insegnante di yoga”. Io mi sento solo una allieva in cammino che ha imparato qualcosa più degli altri e che vuole condividerlo.

Diario di una yogini metropolitana (al mare)

  
Questo week end sono andata a Viareggio in viaggio solitario. Ho deciso che il più possibile avrei reso i momenti nella natura delle occasioni di raccoglimento e meditazione. Per la yogini metropolitana abituata a prendere momenti ben specifici per queste attività, per lo più a casa o in un centro yoga, non è facile ritrovarsi catapultati in ore e ore di occasione continua di silenzio e concentrazione. Così ho capito alcune cose importanti.

La prima è che la mente non solo ciarla in continuazione se lasciata libera, ma è anche abbastanza fastidiosa da ascoltare. Tanti anni di pratica hanno dato alcuni frutti fra cui l’acquietarsi del critico interiore. Di norma la mia mente non mi attacca molto con autocritiche e giudizi e pensieri negativi. Ma non sta comunque zitta un minuto. Quindi ho cercato di indirizzarla verso il silenzio capendo la seconda cosa importante.

I sensi hanno un grande impatto nell’attività della mente. 

Queste cose le ho studiate nella teoria ma sperimentarle nella pratica è ovviamente un’altra cosa.

La vista distrae. 

Gli input che arrivano dalla vista creano un sacco di onde (le vritti) che la mente tende a seguire e ad ancorare finché non vengono soddisfatte. Anche solo scrivere questo articolo è stato un modo per soddisfare il fatto che mi sia venuta l’idea di scriverlo. 

L’udito concentra. 

Seguire il rumore delle onde del mare mi riporta al qui e ora. Mi concentra e mi aiuta a non seguire il flusso della mente. Ecco che solo chiudendo gli occhi e passando dal suono si trova il vero silenzio. 

Ecco come sperimentare più profondamente il senso del  passaggio dal suono all’interno di noi stessi. 

Ed ora mi siedo e ci provo. A meditare ascoltando il mare.

 

Yoga challenge!

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Pensate che stia per proporvi una Yoga Challenge? Va un casino quest’anno… quasi quanto Hansel (cit. Zoolander… per chi coglie). Invece no, parlerò di cosa penso delle Yoga Challenge! Partiamo da un classico presupposto, che abbiamo letto e straletto dappertutto: lo yoga non è competizione. Quindi, che nesso dovrebbe mai esserci fra lo yoga e il trend delle Challenge? Apparentemente nessuno, giusto? E invece, come di consueto accade su internet, ogni cosa viene stravolta, reinventata e manipolata in modo da creare attenzione, traffico web, marketing digitale. E lo yoga per la maggior parte delle persone non è un percorso di vita, di scoperta di se stessi, di introspezione. Lo yoga è ginnastica, un modo per diventare più magri e più flessibili, una cosa figa da mostrare su instagram.

Ma è una sfida con se stessi, è costruttiva, è per impegnarsi di più” direte voi.

Sbagliato. Almeno dal mio punto di vista. Perchè? Perchè far leva sulla disciplina in questo caso non crea disciplina, crea voglia di non mollare. Sbaglio o nello yoga diciamo anche sempre che “l’intento è fondamentale“? Io non credo più alla disciplina in quanto sfida con se stessi. Praticare, per esempio, 15 minuti al giorno per 30 giorni è una cose che deve venire dalla vera voglia di farlo, non dall’intento di poter dire il 31esimo giorno: ce l’ho fatta. Soprattutto non deve essere lo yogini famoso del momento o il sito di grido nel mondo yoga a dirti cosa devi fare, quando o per quanto. Se questa è la vostra spinta forse lo yoga non è la disciplina più adatta a voi.

La libertà di scegliere come e quanto praticare e se necessario anche di essere indisciplinati secondo me è fondamentale. Se ti viene voglia, bene, se non ti viene, non forzarti. Non pensare che devi raggiungere qualcosa o dimostrare, peggio ancora, qualcosa a qualcuno, nemmeno a te stesso. Io questo l’ho imparato proprio praticando e cadendo in questi tranelli. E frustrandomi parecchio.

Quindi, vogliamo proprio fare una Challenge? Invece che spararsi bakasana per 10 giorni facciamo solo savasana per 10 minuti! E se pensate che sia così facile… vi sfido davvero a farlo! 🙂

 

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Svadyaya: la comunicazione è sopravvalutata 

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Intitolo questo articolo “svadyaya” perché nel percorso dello yoga, come alcuni di voi sapranno già, un passo importante è proprio svadyaya: lo studio di se. In questi giorni sto riflettendo sulla comunicazione.

Nella società moderna gli strumenti di comunicazione, soprattutto i social, hanno esponenzialmente alimentato la condivisione di pensieri e parole. Penso che ognuno di noi almeno una volta si sia lamentato di “quella persona che scrive su Facebook tutti i fatti suoi, perfino quante volte va in bagno”. Eppure penso che tutti, più o meno consapevolmente, siamo spinti proprio da questo trend moderno a dire sempre e comunque la nostra opinione. Commentando un post o condividendo un link o un’immagine. Spesso sentiamo l’irrefrenabile spinta ad affermare il nostro pensiero. Ma quante volte questo è davvero utile? Se prendiamo una giornata standard ed ogni volta che parliamo o scriviamo ci fermiamo a pensare a quanta effettiva utilità hanno le nostre parole, sicuramente comunicheremmo molto meno. Io a suo tempo ci ho provato per ben un mese, a parlare solo se necessario, una specie di sfida personale. Credo di aver resistito sul serio mezza giornata poi dopo qualche giorno ho dichiarato fallimento e ho smesso di provarci.

Partendo da un atteggiamento comune ed apparentemente innocuo come la comunicazione web, mi pare chiaro che questo modus operandi si espanda anche nella vita quotidiana, portando ognuno di noi a voler sempre affermare… eh già… il proprio ego.

Perché su questo oggi si basa la parola, sull’affermazione del proprio ego. Non sul reale confronto o scambio di opinioni, sulla voglia di rapportarsi all’altro, ma sul puntualizzare noi stessi. Chi siamo, cosa facciamo, perché lo facciamo, cosa abbiamo fatto in passato. Come se fosse di vitale importanza.

Se smettessimo di parlare, di auto affermarci e semplicemente vivessimo cosa accadrebbe? Se uscendo con un amico invece che passare ore a girare e rigirare attorno ad una frase detta e male interpretata, per fare un esempio banale, semplicemente ci godessimo un’attività divertente da condividere?

D’altronde, se ci pensiamo un attimo, l’idea più universale di pace, amore, felicità probabilmente la assoceremmo ad un tramonto, ad una vista mozzafiato della natura, ad un osservare la vita per quello che è, di certo non ad una serie di chiacchiere più o meno utili, non è così?

Penso che nessuno possa affermare che la vera bellezza della vita sta nello spiegare il proprio punto di vista a qualcuno o nel raccontare le proprie esperienze. 

Ecco che quindi, io credo, il vero saggio si chiude nel silenzio man mano che il suo ego perde presa, perché non ha più tanto senso spendere parole per auto affermarsi.

Cosa ne pensate? Quanta presa dell’ego vedete nelle vostre parole o in quelle altrui?

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Yoga e vita da ufficio

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Spesso trovo una certa incompatibilità fra la vita da milanese che lavora in ufficio e il mondo dello yoga. Tante volte quelle che sono proposte come “soluzioni” per chi sta in ufficio mi sembrano ancora peggio del non fare niente.

Io, che sono fortunata, lavoro vicino a casa e inizio alle 9,30, comodamente (se così possiamo dire) mi alzo alle 7,30, un’ora prima di quanto potrei, per avere tempo di praticare per 45 minuti circa. Avete mai sentito un insegnante yoga dire “eh ci si alza prima e si pratica ogni mattina”? Io sì. Nel mio caso è fattibile ma mettiamo il caso che io abitassi in hinterland e già solo per arrivare al lavoro in orario, senza aver tempo nemmeno di fare colazione con calma, io mi alzassi già alle 6,30… metterei la sveglia alle 5,30 per praticare? Sinceramente no.

Possiamo quindi dire che la pratica mattutina non è esattamente fattibile per chiunque.

“Puoi andare a lezione alla sera dopo il lavoro” direte voi.

E infatti lo faccio… EPPURE non mi è sempre possibile! Incastrare i miei orari di lavoro con gli orari delle lezioni dei centri già viene difficile, ma poi spesso capita qualcosa che proprio quel giorno ti smantella i piani. Casistiche banali fra cui ad esempio dover assolutamente fare la spesa proprio quel giorno perchè ti sei dimenticata una cosa di vitale importanza, andare dal medico per una impegnativa, vedere l’amica che poi parte e non la vedi per mesi, fare una qualsiasi incombenza urgente o anche solo uno sciopero dei mezzi. Ed ecco che ti salta la lezione.

“Dai, ci sono le lezioni in pausa pranzo”

Ecco. Io mi chiedo… quante persone hanno più di un’ora di pausa pranzo? Chi lavora in ufficio di norma ha un’ora e come faccio, fra andare, tornare e cambiarmi, ammettendo di avere un centro yoga dietro l’ufficio, ad andare in pausa pranzo a fare lezione dalle 13 alle 14? Perchè nessuno ha ancora pensato a proporre banalmente una lezione di mezz’ora, tanto per farci staccare con la mente, dalle 13,15 alle 13,45? Sinceramente è una delle prime cose che ho pensato che farò un giorno con un centro tutto mio: lo yoga in pausa pranzo per chi lavora in ufficio. A Milano… direi la maggioranza, bacino d’utenza? Un bel 90%. E ora che l’ho scritto magari qualcuno lo farà. Se così fosse sarei solo contenta che qualcuno finalmente lo proponesse. Almeno datemi i credits, non rubatemi l’idea e basta! 🙂

“E quei begli esercizi yoga da seduti che ogni tanto vedi online?”

Molto utili. Per chi ha un ufficio singolo. E chi sta in un open space? Ovvero, quasi chiunque lavora in ufficio? Ma chi può mettersi lì a fare una torsione sulla sedia, una mezza luna e non sentirsi dire nulla dai colleghi? O non passare per mezzo matto, nella peggiore delle ipotesi. 

“Va bene, allora utilizziamo i week end”

E così, dopo tutta una settimana a correre come una trottola fra lavoro, casa, impegni, famiglia, sbattimenti finalmente arriva il week end e posso dedicarmi a… riposare? No no, a studiare, praticare, chiudersi in un centro a fare formazione. 

Non trovate anche voi che questi ritmi siano fuori dalla concezione di “benessere”?

Io spesso rifletto su queste questioni e l’unica soluzione che ho è cercare di trovare un buon compromesso fra orari, fatica, riposo, formazione e lavoro su di se. Purtroppo non sempre questo è possibile e allora ti perdi un bel seminario perché ti affatichi troppo, lasci perdere, molli tutto. Per poi riprendere in un ciclo infinito di tetris di incastri in agenda. 

Il problema forse non è nemmeno la vita da ufficio ma questa città. Milano.

Vita da yogi: la Buddha bowl 

Già prima di darmi alla vita yogica sono passata all’alimentazione sana, amo cucinare e quindi spesso mi cimento in esperimenti. Ultimamente il web impazzisce per questo piatto: la Buddha bowl, non potevo astenermi dal farne una e parlarne qui. Di base questo altro non è che un pasto macrobiotico condensato in una unica ciotola. Quindi deve seguire esatti principi di assemblaggio: un cereale (meglio integrale e non raffinato), un legume o altra fonte proteica vegetariana, una verdura cotta di stagione e una cruda, un condimento leggero, semi e/o frutta secca.

Ecco cosa ho sperimentato io: riso basmati e misto 5 cereali (tutto solo bollito e poi appena saltato in padella con aneto e gomasio), zucca al forno (con solo olio, sale e coriandolo), piselli bolliti con cipolle e sedano (il brodo poi ha fatto da base per una zuppa di miso di accompagnamento), crema di arachidi (fatta con arachidi frullati e panna di soia), cavolo cappuccio e semi di lino. Decisamente ottimo! E fotogenico. Instagram mi ringrazia.

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